Il
primo portale dedicato al
Marmo e alla Pietra di Apricena
Premessa introduttiva
L'ammodernamento
delle attrezzature e dei mezzi d'opera avvenuto da qualche anno in qua nelle cave,
con cospicui investimenti finanziari, ha contribuito al potenziamento del bacino
marmifero di Apricena (Foggia) sia in senso tecnico che organizzativo.
L'aumentata
produzione, dovuta all'introduzione delle segatrici elettromeccaniche a catena
dentata, con la riduzione dei costi ed il miglioramento della competitività commerciale,
ha consentito interessanti affermazioni sul mercato nazionale ed internazionale.
La riduzione degli imprenditori ai più selezionati tecnicamente e finanziariamente
e la conseguente concentrazione delle cave ha svolto un ruolo positivo sul piano
della qualificazione e dell'efficienza, anche se è costata una lieve diminuzione
dell'occupazione.
La Puglia ha migliorato il suo posto di primo piano tra
le regioni italiane produttrici di pietre ornamentali in quanto, pur in presenza
di una contrazione delle cave del bacino marmifero di Trani (Bari), dovuta all'esaurimento
dei giacimenti in coltivazione, l'aumentata produzione di quello di Apricena l'ha
integrata. L'attività estrattiva marmifera, al pari di ogni altra attività industriale,
comporta una ricaduta di effetti non soltanto positivi ma anche negativi sulla
collettività, sicché se rappresenta per un verso occupazione diretta ed indotta
nonché sviluppo dei commerci, dall'altra è causa di inquinamento morfologico con
conseguente degradazione dell'ambiente.
L'aspetto negativo del bacino marmifero
di Apricena non è costituito dalle cave, in quanto hanno in massima parte lo sviluppo
a fossa, ma dalle discariche dei residui litoidei che sono sparse sul suo territorio.
Le cave
I giacimenti in coltivazione sono costituiti da formazioni di calcari
marmorei pregiati in strati e banchi, sovrapposti gli uni agli altri, come le
pagine di un libro, di età Mesozoica, dal Cretaceo al Giura. Le cave in esercizio
occupano le estreme propaggini nord-occidentali del Gargano, che costituiscono
il terrazzo più basso del sistema di faglie a gradinata di cui è formato il promontorio,
alla quota di 110-130 metri circa sul livello del mare, in vista del lago di Lesina
e delle isole Tremiti. L'estensione superficiale dei giacimenti, escluse le aree
più intensamente tettonizzate, è stata stimata in 800 ettari. La profondità massima
delle cave dal piano di campagna è di 60 metri. Di esse il "cappellaccio", che
è variabile di potenza da luogo a luogo, è formato da calcareniti (fino a 10 metri)
o da sabbie calcaree (fino a 20 metri), talvolta congiuntamente dai due litotipi.
Nella copertura calcarenitica, come pure nel giacimento, sono comprese intercalazioni
stratoidi o sacche di bauxite rossa con numerose pisoliti disseminate e di "terra
rossa" con elevato contenuto in ferro ed in allumina libera. La resa media dei
giacimenti è stata stimata nel 50 per cento circa, in quanto è sensibile l'incidenza
delle difficoltà determinate dalle locali condizioni stratigrafiche e tettoniche.
Le discariche
La coltivazione delle cave dà luogo a notevoli quantitativi di residui
litoidei di diversa granulometria. Essi formano discariche che talvolta ricoprono
anche parti di buoni giacimenti e che hanno assunto nel tempo sempre maggiori
dimensioni planari e volumetriche, fino a formare colline artificiali alte anche
70 metri. L'ubicazione delle discariche non è determinata da scelte ragionate
ma da motivi di opportunità economica (riduzione delle spese di trasporto) che
finiscono talvolta per danneggiare gli stessi imprenditori quando sono costretti
a costosi lavori di rimozione per ampliare le cave. Le discariche sono definite
in termini genetici e geomorfologici.
Diverse sono le forme delle pezzature
accumulate a causa delle diverse tecniche estrattive succedutesi nel tempo. Una
valutazione volumetrica delle discariche, tra quelle attuali e del passato, è
difficile in quanto non si posseggono rilevamenti plano-altimetrici effettuati.
Il loro quantitativo è elevato. Sono diverse decine di milioni di metri cubi
disseminati dalle numerose discariche sparse sul territorio. Alcune discariche
sono ubicate in prossimità della S.P. Apricena-Poggio Imperiale, tra i km 3,5-5,00.
Diverse sono retrostanti a questo lato.
Altre sono sorte da qualche anno
in qua, al lato opposto. Molte, risalenti al passato, sono all'interno. Qualcuna
è ai due lati dell'Autostrada Adriatica A14, a metà percorso tra gli svincoli
di San Severo e di Poggio Imperiale. Altre ancora in prossimità della S.P. Apricena-San
Nazario e ad un chilometro a nord-est del locale cimitero.
Sicurezza
delle discariche
L'esercizio delle discariche ha dei limiti di altezza
in funzione della compatibilità delle pendenze delle rampe di arroccamento con
le potenze dei mezzi di trasporto impiegati (dumpers). Le discariche, indipendentemente
dalle loro ubicazioni ed altezze, non costituiscono motivi di pericolo, come invece
qualche profeta di sventure ha sentenziato.
Non possono provocare dissesti
o franamenti: a causa di eventi dinamici (sismici); per l'insorgere di ipotetiche
pressioni idrostatiche dovute alla "terra rossa"; per le sollecitazioni del traffico
veicolare; per l'inesistente rottura dell'equilibrio idrogeologico; per l'ininfluenza
delle variazioni delle caratteristiche fisico-meccaniche dei residui litoidei
agli agenti esogeni.
Le discariche non hanno provocato danni o dissesti a
seguito dei terremoti (Irpinia) o per eventi meteorici eccezionali da queste parti,
l'uno e gli altri verificatisi in questi ultimi anni.
La vegetazione spontanea
che ha attecchito sui fianchi di quelle del passato lo dimostra. Le discariche
sono posate su superficie stabili e poco pendenti. Non sono delimitate da bastioni
di contenimento. L'equilibrio statico delle masse è assicurato dal mutuo contrasto
della geometria dei litotipi depositati, dal consolidamento dovuto alle soste
durante gli scarichi e dalla funzione legante esercitata dalla "terra rossa" imbibita.
Conclusioni
La riutilizzazione completa del contenuto delle discariche non è possibile. Diversamente
sono pure esercitazioni accademiche. Unico e solo sbocco è quello di occasionali
asportazioni di limitati quantitativi di informi per opere marittime o del toutvenant
per impieghi stradali come "stabilizzato". Anche se dovessero essere ricolmate
le cave "esaurite" - ma non è consigliabile in quanto non è provato che le profondità
raggiunte dagli scavi coincidono con l'esaurimento della coltivazione - rimarrebbero
notevoli quantitativi inutilizzati.
La L.R.22.5.1985, n° 37 per la disciplina
dell'attività estrattiva delle cave - poi modificata ed integrata dalla L.R.9.6.1987,
n° 13 - che ha introdotto lo strumento autorizzativi, ha stabilito che il P.R.A.E.
(Piano regionale delle attività estrattive) - la cui emanazione era stata prevista
entro il 20.6.1988 ma che per motivi dovuti alla sua complessità ed a causa di
difficoltà burocratico-amministrative incontrate non potrà essere approntato per
quella data - dovrà tra l'altro individuare le aree da utilizzare a discarica
dei residui di cave. Nell'attesa che sia operante il P.R.A.E., la disciplina delle
discariche trova applicazione, anche se provvisoria, nell'obbligo da parte dell'imprenditore
di presentare il piano coltivazione della cava ed il progetto di sistemazione
e/o recupero e/o ripristino, sia che si tratti di nuova cava che della prosecuzione
di cave legalmente in attività alla data di entrata in vigore della L.R. n° 37/85
(20.6.1985).
Un sito che il P.R.A.E. potrebbe prendere in considerazione
per l'esercizio di una discarica sufficiente per molti anni è quello al limite
sud della parte del bacino marmifero con le cave in coltivazione compreso tra
"Madonna Dell'Incoronata" e "Masseria San Giovanni in Pane".
Esso risulta
idoneo in considerazione delle condizioni geologiche, idrogeologiche, ambientali
ed economiche. La discarica occuperebbe terreni brulli, al limite dell'altopiano,
attraversati da incisioni vallive carsiche, fino a distanza di sicurezza dall'Acquedotto
del Gargano.
Il paesaggio non sarebbe compromesso. La discarica, anzi, modellerebbe
le forme del suolo secondo un unico profilo. Il successivo mascheramento con macchia
mediterranea, mano a mano che avanzasse, introdurrebbe il sito boscato in modo
suggestivo nel contesto vegetazionale al contorno inferiore. Il risanamento dell'ambiente
passa anche attraverso la sistemazione della discariche passate. Dovrebbe essere
la Regione a farsene carico ripartendo la spesa secondo piani pluriennali d'intervento.
Le difficoltà non mancano. Alla Regione dai limiti di bilancio.
Agli imprenditori
dall'aumento delle spese di trasporto per le maggiori distanze da percorrere rispetto
a quelle attuali. La conclusione da trarre è una sola. L'ambiente appartiene a
tutti, non è a disposizione di pochi. La rilevanza dell'aspetto socio-economico
delle cave, in termini di occupazione e di produzione, non può prescindere dalla
presa di coscienza dell'indirizzo dei tempi nella gestione più civile ed umana
del territorio. Il riequilibrio ambientale, troppo a lungo trascurato nella sua
salvaguardia, ha un prezzo che ognuna delle sue parti deve sopportare per stabilire
una nuova e più duratura compatibilità tra cava e microambiente ospite.
Giorgio De Santis